domenica 27 giugno 2010

Bip (2° parte)


I suoi occhi guardavano attraverso quei pochi millimetri di spessore offuscato da una patina di polvere. Fuori scorreva un muro ascendente e discendente dove si arrampicavano audacemente molteplici rovi di more. Quel grigio-verde divenne presto come una patina densa mentre nei suoi occhi fissi e opachi, il riflesso dei ricordi si rese visibile. Di colpo un dolce vuoto, la sensazione di sentirsi sollevata da terra velocemente, tenuta saldamente da due mani grandi e il suono di una voce che le diceva: - “dai piccola mia, avanti prendi le foglie, proprio quelle li dove la tua manina può arrivare” - che bella sensazione, sembrava di volare, era un privilegio guardare tutto quel verde prima lontano dai suoi occhi ora così tanto vicino da sentirne l’odore. Poi un nuovo senso di vuoto generato dalla discesa, il morbido atterraggio delle punte dei piedini sul marciapiede: “Quante ne hai prese foglie a papà? tre? guarda adesso, ora papà le arrotola e ci soffia dentro”. Sorrideva mentre arrotolava stretta quella foglia carnosa, come una cannuccia da bibita, attraverso il quale con un soffio avrebbe generato un buffissimo fischio. Già pregustava lo stupore che avrebbe illuminato quel faccino, l’esperimento era già stato collaudato con successo con gli altri figli ormai grandi, ma, si sa, certe cose con i bimbi funzionano sempre. La sua ipotesi, infatti, non venne smentita, la piccola sentendo quel suono così buffo prese a ridere di cuore, era proprio divertente quella piccola magia. Erano soltanto foglie, in effetti, ma quel papà era stato capace con poco di generare quel suono, e non mi riferisco al fischio, bensì a quello della allegra risata della sua piccolina, che soddisfazione! Di colpo un lieve andare in avanti del busto la distolse, la metro era giunta alla prima fermata, erano trascorsi soltanto cinque minuti, ma quanto tempo era passato, invece, da quando lei e il suo papà, mano nella mano, avevano fatto quella bella passeggiata, quanto tempo da quel tepore di primavera e da quel sole che illuminava le mattine di domenica col suo papà. Un gruppo di studentesse prendeva posto non troppo distante da lei, tutte molto carine e interessanti dietro i loro occhialini. Giovanissime, parlavano tra di loro sorridendo, raccontavano la loro giornata trascorsa, chi con un po’ di stanchezza, chi con aria soddisfatta e piena di passione. Lei avrebbe voluto osservarle un po’ più a lungo, la loro immagine cominciava a suggerirle qualcosa, ma si girò con discrezione dall’altra parte e guardò fuori verso quel muro pieno di disegni e scritte variopinte. Si chiusero le porte e la metro proseguì il suo percorso, riprendendo immediatamente velocità. Cullata dal suono ritmato del treno sulle rotaie, appena ebbe inizio la prima galleria, vide la sua immagine riflessa e la sua mente riprese il suo viaggio.

Dedicato, ora più che mai, al mia adorato papà

2 commenti:

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